C’era una volta un’industria vitivinicola a Velletri…

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C’era una volta un’industria vitivinicola a Velletri…

Il prossimo fine settimana si terrà a Velletri la 87ª edizione della tradizionale Festa dell’Uva e del Vino. Una festa che anni fa valorizzava l’allora fiorente industria vitivinicola della regione.

Oggi le cose non stanno più così, un fiore all’occhiello del Lazio versa sempre di più in una situazione di crisi e il fatto che quest’anno la sagra sia organizzata in collaborazione con Marino è un dato che fa riflettere.

Oltre ad una questione meramente economica, sembra essere venuta meno una tradizione un tempo consolidata e con essa lo spirito degli abitanti di Velletri.

Noi de “L’intransigente” abbiamo voluto condividere una riflessione di Tommaso Di Giulio Maria, un cittadino esperto del settore che come tanti ha osservato attonito il decadimento dell’industria veliterna e ne auspica una ripresa.

Negli anni ’80/’90 Velletri aveva un aspetto molto diverso e un’economia legatissima alle radici vinicole. Con gli anni 2000 è cambiato il mercato e le relative esigenze e molto è stato guadagnato in fatto di immagine commerciale.

Tuttavia sono state perse le sue radici di provenienza e sono state trascurate le politiche agricole che avrebbero potuto incentivare nuovamente i contadini ad investire sulla terra e sul prodotto. Conseguentemente alla chiusura di alcune aziende importanti e dello stesso CO.PRO.VI. ai contadini stessi non è rimasto che portare la loro uva a cantine private o addirittura tornare a vinificare per proprio conto, provando a vendere lo sfuso autonomamente.

Ora a fronte di tutto viene da chiedersi come sarebbe la situazione se ci fosse ancora il CO.PRO.VI., quello vecchio che faceva gli interessi degli agricoltori per intenderci. Sarebbe forse stata piatta come quella di oggi? Io ho sempre creduto che per fare dieci passi in avanti, a volte, è necessario farne cinque indietro e ricominciare daccapo.

Ricominciare perché all’agricoltura cittadina e del circondario bisogna dare un nuovo inizio. E perché non proporre una nuova cantina sociale coadiuvata da vecchi imprenditori ed enologi veramente esperti del territorio?

Una cantina che sia un punto di riferimento per l’agricoltura e che inauguri una sorta di mutuo soccorso per le vendemmie, magari offrendo manodopera italiana alle vigne, carrelli o addirittura incentivando gli stessi contadini a fare un loro marchio guidandoli nell’E-commerce e facendosi solo imbottigliare.

È prematuro dire dove,quando o chi farà un passo così coraggioso, ma mai come in questi tempi è necessario ridare lustro ad una tradizione ormai portata all’oblìo da amministrazioni non competenti“.