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Non chiamateli kamikaze

kamikaze

Verba volant, un fiume di parole al vento vengono oggi pronunciate senza conoscerne il vero significato, ormai perso tra le pieghe della storia: così romanzo di Orwell, i significati vengono stravolti e riadattati in base alle nuove situazioni che ci si presentano.

Le guerre diventano missioni di pace, la plutocrazia occidentale viene camuffata da democrazia e ed il liberismo economico diventa espressione di libertà e di autoderteminazione dell’individuo in una gerarchia borghese.

Nel settembre 2001, in seguito all’attentato nel cuore degli Stati Uniti, venne riesumato un termine non più in uso dalla fine dell’ultima guerra mondiale, per indicare gli attentatori suicidi che colpirono il World Trade Center:

Kamikaze

Nella contemporaneità questo termine indica, infatti, un pazzo suicida (spesso di religione islamica) che colpisce innocenti per seminare terrore, nella maggior parte dei casi facendosi saltare in aria.

La volontà è quella, ancora oggi, di demonizzare lo sconfitto della Seconda Guerra Mondiale, il Male Assoluto che combatté la Guerra del Pacifico in difesa della patria, piuttosto che riconoscere l’esistenza di una componente estremista nell’Islam.

Oggi è necessario disconoscere l’esistenza di un reale pericolo derivante dall’integralismo religioso per abbracciare la cultura globalista ed esser pronti ad accettare il prossimo, prendensi l’Occidente colpe che, in realtà, non ha, stesse colpe che non ha nemmeno l’Oriente.

I nuovi “kamikaze” non hanno nulla a che vedere con quelli originali: non vi è quel vento divino (kamikaze in giapponese, appunto) che ispirò il martirio nei giovani patrioti nell’estrema difesa della patria, solo un indottrinamento creato ad hoc per giustificare l’intervento militare nel medio oriente.

L’importante è restare sempre nel politicamente corretto: si agli interventi militari, no ai titoli di giornali che identificano la matrice religiosa dei pazzi suicida (Bastardi Islamici, ndr).

Andrei Mihai Bobeica